Dalle forme più avanzate di malattia alla prima linea di trattamento: negli ultimi dieci anni l’immunoterapia ha profondamente cambiato la cura della leucemia linfoblastica acuta a cellule B. Grazie a farmaci capaci di creare un “ponte” tra le cellule del sistema immunitario e quelle tumorali, rendendo queste ultime riconoscibili, oggi è possibile intervenire sempre più precocemente nel percorso terapeutico. Tra i protagonisti di questa evoluzione c’è blinatumomab.
Blinatumomab ha dato il via a un importante cambiamento nell’immunoterapia per il trattamento della leucemia linfoblastica acuta, un tumore del sangue che origina dal midollo osseo. Somministrato in prima linea dopo la chemioterapia, ha portato pazienti adulti a tassi di sopravvivenza superiori all’80%, con remissione completa e duratura nel tempo.
Inizialmente sviluppato per le forme di malattia recidivate e resistenti ai trattamenti convenzionali, ora blinatumomab ha ricevuto dall’Agenzia italiana del Farmaco (AIFA) l’ammissione alla rimborsabilità in prima linea di trattamento.
«Se possiamo somministrare il farmaco a tutti i pazienti già dal primo setting, combinando la chemioterapia con l’immunoterapia, gli studi recentemente pubblicati dimostrano un vantaggio importante, perché i tassi di sopravvivenza migliorano drasticamente. Parliamo di un incremento di circa il 20%: in ambito medico, il 20% di sopravvivenza in più è un risultato assolutamente eccezionale», spiega Sabina Chiaretti, professoressa di Medicina Traslazionale e di Precisione all’Università Sapienza di Roma.
Lo studio randomizzato di fase III ECOG E1910 ha dimostrato che l’aggiunta di blinatumomab alla chemioterapia di consolidamento migliora significativamente la sopravvivenza anche nei pazienti in remissione con MRD negativa, con una sopravvivenza globale a 3 anni dell’85%. Più recentemente, lo studio GIMEMA LAL2317 ha confermato il valore dell’integrazione precoce di blinatumomab nel trattamento di prima linea della LLA-B Ph-negativa: i pazienti in remissione che hanno ricevuto blinatumomab hanno raggiunto una sopravvivenza globale a 3 anni dell’82%.
«L’immunoterapia, compreso il trattamento con blinatumomab, è stata inizialmente impiegata nei pazienti affetti da forme recidivate e refrattarie. Successivamente, alla luce dell’eccellente profilo di sicurezza e della significativa efficacia, il suo impiego è stato esteso anche ai pazienti neo diagnosticati, con risultati molto importanti. È stato infatti documentato in maniera molto chiara che, aggiungendo l’immunoterapia alla chemioterapia, o addirittura sostituendone alcuni elementi con immunoterapia, si riescono a ottenere risultati significativamente migliori. In prospettiva, si può inoltre ridurre l’incidenza degli effetti collaterali a distanza. L’immunoterapia, e in particolare blinatumomab, rappresenta quindi una sorta di rivoluzione nello scenario terapeutico della leucemia linfoblastica acuta a cellule B», afferma Franco Locatelli Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia Ospedale Bambino Gesù di Roma e Professore di Pediatria, Università Cattolica Sacro Cuore di Roma.
«Siamo partiti dalle fasi più avanzate della malattia, quindi dalla malattia recidivata e dalle forme più severe. Progressivamente stiamo anticipando l’utilizzo del farmaco a fasi molto più precoci e questo permette di garantire un’ottima sopravvivenza ai pazienti che presentano queste caratteristiche biologiche. Blinatumomab rappresenta sicuramente una delle innovazioni più importanti oggi disponibili, soprattutto nella leucemia linfoblastica acuta, e ha cambiato completamente il paradigma di trattamento di questa malattia», sottolinea Carmen Nuzzo, Medical Development Director di Amgen Italia.
Nel video:
- Sabina Chiaretti
Professoressa di Medicina Traslazionale e Precisione Università La Sapienza di Roma
- Franco Locatelli
Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia Ospedale Bambino Gesù di Roma
Professore di Pediatria, Università Cattolica Sacro Cuore di Roma
- Carmen Nuzzo
Medical Development Director Amgen Italia