Provoca una “fame d’aria” anche se si compiono gesti semplici, come salire una rampa di scale o fare una camminata. È la BPCO – Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva.
Nonostante la sua diffusione e la sua gravità, la malattia è sottovalutata dai pazienti e spesso non diagnosticata, come è stato sottolineato durante il congresso della ERS, la Società Europea di Pneumologia.
«La diagnosi della BPCO è un problema sommerso, quello dei pazienti non diagnosticati: si calcola che almeno il 30-40% dei pazienti non sia ancora diagnosticato, per lo meno in Italia. Il problema risiede soprattutto nel fatto che la BPCO è una patologia nella quale i sintomi insorgono in maniera prepotente soprattutto quando la malattia è ormai in fase avanzata. Questo implica che il paziente si rivolga al medico quando i sintomi influiscono già sulla qualità di vita», spiega Dejan Radovanovic, Ricercatore Unità di Pneumologia Ospedale Sacco di Milano e Professore Associato Università degli Studi di Milano.
Prima che la mancanza di fiato diventi evidente anche nelle attività quotidiane, però, possono comparire segnali più sfumati e facilmente attribuiti ad altri disturbi respiratori. Tosse persistente, episodi ricorrenti di bronchite e affanno durante gli sforzi sono sintomi che non andrebbero trascurati, soprattutto nelle persone esposte ai principali fattori di rischio.
«I sintomi sono la dispnea, cioè la mancanza di fiato, inizialmente durante gli sforzi intensi, e la tosse, sia grassa sia secca, che può rendere la BPCO confondibile con altre malattie respiratorie, come l’asma o le bronchiectasie», continua Radovanovic.
La spirometria, insieme alla valutazione dei sintomi, è un test precoce che può aiutare a individuare la malattia in fase iniziale, ma spesso il paziente tarda ad andare dal medico oppure l’accessibilità a questo test non è sempre agevole.
«La spirometria è fondamentale per la diagnosi, perché la vera diagnosi è di tipo funzionale, quindi deve passare per forza attraverso l’esecuzione di questo test. Nonostante sia un test abbastanza comune, ha bisogno, da una parte, della collaborazione del paziente; d’altra parte, la necessità di fare questo test implica che il paziente debba avere accesso ai test di funzione respiratoria, che questi vengano prescritti e, soprattutto, che vengano prescritti tempestivamente nel corso della diagnosi differenziale», sostiene Radovanovic.
Un altro problema riguarda l’aderenza alla terapia da parte del paziente, che dimentica di assumere i farmaci oppure non da troppa importanza alla malattia o ancora trova difficoltà nell’assumere le terapie, che di solito devono essere inspirate tramite un inalatore.
E al congresso ERS si è parlato anche di un’alternativa ai farmaci attuali: un anticorpo monoclonale che agisce all’origine dell’infiammazione e che riduce del 30% le riacutizzazioni in quei pazienti che non controllano la patologia nonostante siano già in cura con i farmaci inalatori.
«La terapia biologica, che adesso abbiamo la fortuna di avere anche in Italia, ha dimostrato di essere sicuramente un valido strumento per ridurre gli eventi più acuti. E, in questo caso, favorisce anche un incremento della funzione respiratoria, oltre a un miglioramento dei sintomi», conclude Radovanovic.
Nel video:
- Dejan Radovanovic,
Ricercatore Unità di Pneumologia Ospedale Sacco di Milano
Professore Associato Università degli Studi di Milano