Non più soltanto controllo della glicemia o riduzione del peso, ma una strategia sempre più ampia di protezione cardiovascolare, renale e metabolica. È questa una delle direzioni che emergono dal Congresso annuale dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete (EASD), uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla ricerca e all’innovazione nella cura del diabete e delle patologie metaboliche, in corso in questi giorni a Milano.
Tra le più importanti novità presentate in questi giorni al congresso, nuove evidenze cliniche confermano il valore di semaglutide nella gestione delle persone con diabete di tipo 2 e di chi convive con sovrappeso o obesità.
Sul fronte del diabete di tipo 2, le nuove terapie disponibili rafforzano un approccio alla malattia sempre più orientato non solo al controllo glicemico, ma anche alla prevenzione delle complicanze e alla protezione d’organo nel lungo periodo.
«L’evoluzione delle evidenze scientifiche su semaglutide riflette bene anche l’evoluzione della diabetologia. Oggi non ci limitiamo più a valutare il controllo della glicemia, ma puntiamo sempre di più alla prevenzione delle complicanze, alla protezione d’organo e a una gestione integrata del rischio cardiovascolare, renale e metabolico nel lungo periodo. In questo percorso, semaglutide rappresenta uno degli esempi più solidi di come l’innovazione terapeutica possa incidere su molteplici aspetti della malattia», dichiara Salvatore De Cosmo, presidente nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).
Un percorso sostenuto da un insieme crescente di dati clinici. «I dati raccolti negli ultimi anni mostrano infatti un profilo clinico estremamente ampio. Oltre a ridurre efficacemente l’emoglobina glicata, consentendo alla maggior parte dei pazienti di raggiungere il loro target glicemico, semaglutide ha dimostrato benefici su eventi cardiovascolari maggiori (-26%), ictus non fatale (-39%), rischio renale composito (-24%) e capacità funzionale, con un miglioramento del 13% della distanza percorsa e una riduzione del 54% della progressione dell’arteriopatia periferica. A rafforzare ulteriormente questo quadro è il recente riconoscimento nelle Linee Guida ESC 2026, che ha posizionato semaglutide in raccomandazione 1A per migliorare l’outcome cardiovascolare del paziente con diabete e malattia renale», continua De Cosmo.
Per il diabete di tipo 2, una delle innovazioni più attese è la combinazione in un’unica somministrazione settimanale di insulina basale e semaglutide. «Questa nuova opzione nasce per rispondere a uno dei principali problemi ancora presenti nella pratica clinica: l’inerzia terapeutica. Ancora oggi in Italia, circa il 30% delle persone con diabete di tipo 2 che necessitano di terapia insulinica ne ritarda l’inizio di oltre due anni e, anche dopo l’avvio dell’insulina, molti pazienti non raggiungono un adeguato controllo glicemico. Gli studi clinici hanno mostrato il potenziale di questa strategia terapeutica nel ridurre il carico iniettivo migliorando la qualità di vita e mantenendo il controllo glicemico, i benefici sul peso corporeo e tassi inferiori di ipoglicemia. L’Italia potrà essere il primo paese in Europa a mettere a disposizione questa nuova opportunità di cura, contribuendo a rendere la gestione della malattia sempre più efficace, personalizzata e sostenibile», spiega Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID).
Le novità riguardano anche il trattamento del sovrappeso e dell’obesità, dove accanto alle terapie iniettive si sta aprendo la prospettiva di una formulazione orale di semaglutide. «Semaglutide in pillola rappresenta una delle innovazioni più attese, perché risponde a un bisogno ancora rilevante nella gestione del sovrappeso e dell’obesità: offrire un trattamento efficace in una forma semplice da integrare nella routine quotidiana e capace di rispondere a esigenze diverse. Si tratta di una possibilità concreta per le persone eleggibili al trattamento che preferiscono un’alternativa alla terapia iniettiva», sottolinea Roberto Vettor, Direttore scientifico del Centro per le Malattie metaboliche e della nutrizione presso l’Humanitas Research Hospital di Milano.
A sostegno di questa prospettiva arrivano i risultati dei più recenti studi clinici, che hanno valutato sia l’efficacia sul peso sia la tollerabilità della formulazione orale. «Nello studio OASIS 4, semaglutide in pillola ha mostrato una perdita di peso media del 17%, che ha raggiunto circa il 22% in 1 persona su 3. I risultati si associano a un profilo di sicurezza consolidato e coerente con quanto già osservato per la formulazione iniettiva di semaglutide per la gestione del peso. Inoltre, il confronto indiretto ORION ha mostrato che semaglutide in pillola determina una minore probabilità di sospendere la terapia a causa di effetti collaterali e gastrointestinali rispetto a orforglipron», conclude Vettor.