Alzheimer, l’appello a non lasciare soli i pazienti e i loro familiari

Dopo oltre trent’anni di ricerca, la comunità scientifica si trova oggi di fronte a una svolta. Le nuove terapie contro le proteine beta-amiloidi, tra i principali responsabili nella malattia di Alzheimer, hanno infatti dimostrato la possibilità di intervenire sul decorso biologico della patologia nelle sue fasi iniziali, aprendo prospettive finora impensabili.

Il tema è oggi al centro del dibattito scientifico e regolatorio, sia a livello internazionale sia nazionale, dal momento che la Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco di AIFA si è recentemente espressa sulla non rimborsabilità da parte del Sistema sanitario nazionale di questa innovativa classe di farmaci per il trattamento dell’Alzheimer in fase precoce, riaccendendo il confronto sulle modalità più appropriate e sostenibili per garantire l’accesso all’innovazione.

Queste sono alcune delle questioni emerse nel corso dell’incontro “Alzheimer: bisogno sociale, responsabilità collettiva“, tenutosi al Palazzo della Cancelleria Vaticana alla presenza dei membri dell’Intergruppo per le Neuroscienze e l’Alzheimer. L’appuntamento ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della comunità scientifica, delle associazioni dei pazienti e del mondo ecclesiale.

In Italia sono infatti oltre 600 mila le persone che convivono con la malattia di Alzheimer e più di 3 milioni i familiari e caregiver coinvolti quotidianamente nell’assistenza. Una realtà destinata a crescere con l’invecchiamento della popolazione. 

Proprio per questo, la mancata rimborsabilità delle nuove terapie solleva forti preoccupazioni sul piano dell’equità e rischia di creare disparità nell’accesso alle cure. La salute non può essere considerata un lusso per pochi ma è una condizione essenziale, un diritto che le società hanno il dovere di garantire, soprattutto alle persone più fragili. Un principio che assume un significato ancora più rilevante di fronte all’aumento dell’incidenza delle malattie neurodegenerative e al crescente impatto sociale della malattia di Alzheimer. 

«Insieme a numerosi legislatori europei e alle associazioni che si occupano di invecchiamento, salute e Alzheimer, come Intergruppo parlamentare per le Neuroscienze e l’Alzheimer abbiamo chiesto l’avvio di un’azione europea dedicata alla malattia, sul modello di quanto è stato fatto per il cancro. È necessario acquisire una maggiore consapevolezza del problema e promuovere interventi mirati, sostenuti da finanziamenti europei, per migliorare la presa in carico delle persone che oggi convivono con questa malattia e di quelle che, purtroppo, ne saranno colpite nei prossimi anni. Accanto a questo esiste un’altra grande questione, quella della scienza e della ricerca: come Paesi europei e come Italia non possiamo permetterci di rimanere esclusi dai progressi scientifici che stanno avvenendo in altre parti del mondo», sottolinea Beatrice Lorenzin, Senatrice – co-Presidente Intergruppo Parlamentare Alzheimer. 

«È necessario tenere conto dei progressi della ricerca scientifica, e costruire un sistema capace di intercettare precocemente la malattia e di mettere i nuovi farmaci a disposizione, senza discriminazioni, di tutte le persone che ne hanno bisogno», afferma Alessandro Morandotti, vicepresidente di Airalzh, Associazione Italiana Ricerca Alzheimer.

Diagnosi precoce e nuove opportunità terapeutiche

Proprio l’arrivo delle nuove opportunità terapeutiche rende ancora più centrale il tema della diagnosi precoce. Questi trattamenti, infatti, sono destinati a pazienti che si trovano nelle fasi iniziali della malattia e richiedono quindi un sistema sanitario capace di riconoscere tempestivamente i primi segnali, individuare le persone potenzialmente idonee e accompagnarle lungo un percorso diagnostico e assistenziale appropriato.

«Si tratta di anticorpi monoclonali. Al momento sono due quelli approvati sia dalla FDA statunitense sia dall’EMA europea. Questi farmaci, attraverso meccanismi differenti ma simili, agiscono rimuovendo la beta-amiloide dal tessuto cerebrale. Gli studi hanno dimostrato un’efficacia clinica, aprendo una nuova fase nel trattamento della malattia», spiega Marco Bozzali, Presidente SINDEM-Società Italiana Neurologia delle Demenze.

«Fortunatamente, i progressi della ricerca scientifica procedono rapidamente. Oggi disponiamo di nuovi biomarcatori, di strumenti che consentono diagnosi sempre più precoci e tempestive e, finalmente, di farmaci capaci di intervenire sulla traiettoria della malattia. Siamo di fronte a innovazioni scientifiche significative, che potranno svilupparsi ulteriormente nei prossimi anni», conclude Morandotti.

Nel video:
  • MARCO BOZZALI, Presidente SINDEM-Società Italiana Neurologia delle Demenze 
  • ALESSANDRO MORANDOTTI, Vicepresidente di Airalzh-Associazione Italiana Ricerca Alzheimer
  • BEATRICE LORENZIN, Senatrice – co-Presidente Intergruppo Parlamentare Alzheimer
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