Un tempo il tumore al seno HER2-positivo era tra le forme più temute della malattia: caratterizzato da un’elevata espressione della proteina HER2, si distingueva per l’aggressività e la rapidità di crescita. Oggi, però, lo scenario è profondamente cambiato. Grazie all’introduzione delle terapie mirate anti-HER2, la prognosi di questo sottotipo è migliorata in modo significativo, aprendo prospettive sempre più incoraggianti per molte pazienti.
Un ruolo centrale è svolto dal trattamento neoadiuvante, cioè la terapia somministrata prima dell’intervento chirurgico. L’obiettivo è duplice: da un lato riduce il volume del tumore e aumenta le possibilità di una chirurgia conservativa, dall’altro valuta in modo concreto la sensibilità della malattia ai farmaci già nelle prime fasi del percorso di cura.
Nel tumore al seno HER2-positivo, il trattamento neoadiuvante riveste un’importanza particolare, perché questo sottotipo risponde spesso in modo favorevole alla combinazione di chemioterapia e terapie anti-HER2. Negli anni, l’impiego di pertuzumab e trastuzumab associati alla chemioterapia si è affermato come strategia di riferimento nei casi localmente avanzati, infiammatori o in fase iniziale ma ad alto rischio di recidiva, come nelle pazienti con tumori superiori ai 2 centimetri o con interessamento linfonodale.
Se ne è parlato al ciclo di incontri Dual Answher, promossi da Roche Italia, che dopo la tappa di Padova nel 2025, torna con un nuovo appuntamento a Venezia. «Fino a pochi anni fa il tumore al seno HER2-positivo rappresentava uno dei sottogruppi più aggressivi dei tumori della mammella. L’introduzione dei farmaci anti-HER2 ha cambiato in modo sostanziale questo scenario: oggi disponiamo di terapie molto efficaci, capaci di ridurre in maniera significativa il volume della malattia», commenta Fabio Puglisi, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (PN).
«Per la maggior parte delle pazienti che ricevono una diagnosi di tumore HER2-positivo in fase iniziale, la valutazione di un approccio neoadiuvante, cioè la somministrazione del trattamento prima dell’intervento chirurgico, può offrire vantaggi innegabili dal punto di vista del successo terapeutico», sottolinea Valentina Guarneri, Docente di Oncologia Università di Padova – Direttore Oncologia 2 Istituto Oncologico Veneto.
Dopo l’intervento chirurgico si utilizza la terapia adiuvante di mantenimento per eliminare le cellule residue, riducendo drasticamente il rischio di recidiva. «L’introduzione della terapia con doppio blocco, pertuzumab e trastuzumab associati alla chemioterapia e poi utilizzati come terapia di mantenimento, ha avuto un impatto fondamentale nella storia della terapia delle donne con tumore r2 positivo, che è il tipo del tumore della mammella nel quale ci stiamo avvicinando più rapidamente all’obiettivo di potere guarire la maggior parte delle pazienti colpite da questa patologia», dichiara Claudio Zamagni, Direttore Oncologia Medica Senologica e Ginecologica IRCCS Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna – Ospedale di Sant’Orsola.
Un ulteriore passo avanti riguarda la possibilità di somministrare pertuzumab e trastuzumab in formulazione sottocutanea, una soluzione che semplifica il percorso terapeutico, riduce i tempi di permanenza in ospedale e alleggerisce anche il carico di lavoro per il personale sanitario. «In questa fase, il trattamento diventa una terapia di mantenimento, all’interno della quale si inserisce anche un’importante innovazione, già utilizzabile in alcuni casi fin dalla fase neoadiuvante: la possibilità di somministrare i farmaci anti-HER2 non più per via endovenosa, ma attraverso una formulazione sottocutanea», continua Puglisi.
«La possibilità di somministrare il farmaco per via sottocutanea offre certamente diversi vantaggi. Il primo è quello di non dover reperire l’accesso venoso, semplificando così la somministrazione stessa. A questo si aggiunge una riduzione dei tempi di occupazione delle poltrone in ospedale e, soprattutto, benefici rilevanti per la qualità di vita delle pazienti. Numerosi studi dimostrano ormai che la somministrazione sottocutanea è preferita dalla stragrande maggioranza dei pazienti», conclude Guarnieri.
Nel video:
- FABIO PUGLISI, Direttore Dipartimento di Oncologia Medica – Centro di Riferimento Oncologico Aviano (PN)
- VALENTINA GUARNERI, Docente di Oncologia Università di Padova – Direttore Oncologia 2 Istituto Oncologico Veneto
- CLAUDIO ZAMAGNI, Direttore Oncologia Medica Senologica e Ginecologica IRCCS Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna – Ospedale di Sant’Orsola