Negli ultimi anni la cura dei tumori è diventata sempre più personalizzata. Terapie e strategie vengono scelte anche in base alle caratteristiche biologiche del tumore e del paziente. Ma se la stessa logica venisse applicata prima ancora che il tumore compaia?
È questa l’idea alla base della prevenzione oncologica di precisione: non proporre gli stessi interventi a tutti, ma adattarli al rischio individuale.
Lo stadio in cui un tumore viene diagnosticato resta uno dei principali fattori che ne determinano la prognosi. Eppure esistono ancora ampi margini per anticipare la diagnosi. In Italia, nel 2024, i programmi organizzati hanno raggiunto circa metà della popolazione target per gli screening mammografico e cervicale, mentre la copertura dello screening colorettale si è fermata a circa un terzo. E alcuni dati mostrano quanto il percorso verso la diagnosi possa essere ancora tardivo: in uno studio condotto nelle province di Milano e Lodi, circa un tumore del colon su tre era stato diagnosticato in seguito a una presentazione in emergenza.
Il problema non riguarda però soltanto l’Italia. Negli Stati Uniti, solo circa il 13% dei tumori viene individuato attraverso programmi di screening raccomandati, mentre una quota compresa tra il 20 e il 50% arriva alla diagnosi in occasione di un accesso in pronto soccorso. Dati che mostrano quanto spazio ci sia ancora per migliorare la prevenzione e anticipare la diagnosi.
Le domande di fondo sono semplici: chi ha davvero un rischio elevato di sviluppare un tumore? Quale intervento può essergli utile e con quale intensità?
Il rischio può dipendere da molti fattori: varianti genetiche ereditarie, familiarità, precedenti lesioni, esposizioni ambientali o altri indicatori biologici. In alcune condizioni questa logica è già realtà. Chi presenta, per esempio, determinate varianti di BRCA1 o una sindrome di Lynch segue percorsi di sorveglianza e prevenzione diversi rispetto alla popolazione generale.
Personalizzare la prevenzione, però, non significa necessariamente fare più esami. Significa calibrare l’intensità degli interventi sul rischio. Una persona con un rischio molto basso potrebbe avere bisogno di controlli meno frequenti, mentre chi presenta un rischio elevato potrebbe beneficiare di una sorveglianza più intensa o di interventi preventivi specifici. È uno dei concetti più interessanti del modello, aumentare gli interventi quando servono, ma anche ridurli quando il beneficio atteso è limitato.
Il problema, infatti, non è soltanto sviluppare nuovi test. È costruire un percorso che permetta di valutare il rischio, comunicarlo in modo comprensibile, decidere insieme al paziente cosa fare e seguirlo nel tempo.
Un recente articolo su The Lancet definisce questo approccio precision prevention and early detection (PPED) e insiste proprio su questo punto: la prevenzione di precisione dovrebbe essere considerata un processo continuo, non semplicemente un nuovo esame diagnostico.