Il Linfoma Diffuso a Grandi Cellule B (Dlbcl) è la forma più comune e tra le più aggressive di linfoma non Hodgkin. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni nel trattamento del Dlbcl, fino a 4 pazienti su 10 vanno incontro a recidiva o sviluppano una patologia refrattaria dopo la prima linea di trattamento, trovandosi ad affrontare un percorso di cura spesso complesso e con opzioni terapeutiche ancora limitate.
Per questi pazienti si apre ora una nuova possibilità di cura: una combinazione terapeutica di seconda linea, che associa la chemioterapia all’anticorpo bispecifico glofitamab, pensata per chi non ha risposto alle cure iniziali o ha avuto una recidiva.
«Il linfoma diffuso a grandi cellule B è il più frequente dei linfomi non Hodgkin. Ha un incidenza di circa sei nuovi casi ogni 100 mila abitanti all’anno, quindi si tratta di una malattia con una certa frequenza. Per tanti anni, il panorama terapeutico del linfoma diffuso a grandi cellule B si è limitato a utilizzare uno schema di chemio-immunoterapia. Questo trattamento riusciva a salvare il 50-60% dei pazienti. Rimaneva, però, un 40% di pazienti che andava incontro a recidiva o presentava una malattia refrattaria e per i quali, per molti anni, le possibilità terapeutiche sono state limitate, sostanzialmente, al trapianto autologo. L’introduzione intorno al 2017 delle CAR-T ha dato una scossa al panorama terapeutico e, in questo contesto, si sono inseriti anche gli anticorpi bispecifici. Oggi la novità è quella rappresentata dalla combinazione di un anticorpo bispecifico, glofitamab, un classico schema di chemioterapia di seconda linea», spiega Carmelo Carlo-Stella, Professore di Ematologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Ematologia, Humanitas University – Milano e Direttore Divisione di Ematologia IRCCS Humanitas Research Hospital – Milano
La combinazione dell’anticorpo bispecifico Cd20xCd3 glofitamab con gemcitabina e oxaliplatino (GemOx) è stata confrontata nello studio internazionale di fase 3 STARGLO, nei pazienti con Dlbcl recidivato o refrattario. A tre anni di osservazione, il trattamento con glofitamab associato a GemOx mostra un vantaggio significativo nei pazienti recidivati o refrattari.
In particolare, la sopravvivenza globale mediana risulta quasi raddoppiata con la combinazione glofitamab + GemOx a durata fissa: 25,5 mesi contro 12,5 mesi con il trattamento di controllo. Un vantaggio emerge anche sul fronte della sopravvivenza libera da progressione, con una mediana di 14,4 mesi con la nuova associazione rispetto a 3,3 mesi con R-GemOx.
Il beneficio appare ancora più marcato nei pazienti trattati in seconda linea: dopo 3 anni, più di un paziente su due è ancora vivo nel braccio trattato con glofitamab + GemOx. Nella stessa popolazione, la sopravvivenza mediana libera da progressione raggiunge 20,4 mesi con glofitamab + GemOx, rispetto a 5,5 mesi con R-GemOx.
I risultati si mantengono favorevoli anche considerando le diverse fasce di età. Nei pazienti con meno di 65 anni, la sopravvivenza globale mediana è stata di 27 mesi con glofitamab + GemOx rispetto a 9 mesi con R-GemOx; tra gli over 65, di 25 mesi rispetto a 13,8 mesi; mentre negli over 75 ha raggiunto 33 mesi rispetto a 8,3 mesi.
«Questo apre nuove prospettive per quella quota residua di pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B che falliscono il trattamento con CAR-T o che non possono accedervi. L’aspetto positivo è quindi l’ulteriore ampliamento del panorama terapeutico per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B recidivato o refrattario, non eleggibili né al trapianto autologo né alle CAR-T», sottolinea Carlo-Stella.
La disponibilità di nuove opzioni terapeutiche nel Dlbcl recidivato o refrattario assume un valore che non è solo clinico, ma riguarda anche la possibilità di migliorare costantemente i percorsi di diagnosi e cura. Un aspetto particolarmente rilevante anche dal punto di vista dei pazienti e delle Associazioni che li rappresentano.
«Oggi siamo qui a parlare di un’innovazione che, come molte altre, sta cambiando la storia di alcuni tumori del sangue. Oggi parliamo però anche di persone molto fragili, perché non solo convivono con una patologia, con un linfoma, con un Dlbcl, ma hanno anche affrontato una recidiva. La recidiva troppo spesso non viene messa in risalto. Perché? Perché, paradossalmente, può essere un momento quasi peggiore della diagnosi: “non ce la faccio, non ci riesco, la terapia non sta funzionando”. Abbiamo quindi un grande bisogno di comunicazione medico-paziente, abbiamo bisogno di chiacchierare con i nostri medici per capire perché a me venga proposta un’opzione e a un altro paziente con la mia stessa patologia un’altra. Quindi, se da un lato abbiamo l’innovazione che sta cambiando la storia di questa malattia, dall’altro rimane un grande problema di informazione e comunicazione, che rappresenta ancora un tasto dolente del nostro sistema», commenta Davide Petruzzelli, Presidente de La Lampada di Aladino ETS.
Nel video:
- DAVIDE PETRUZZELLI, Presidente di La Lampada di Aladino ETS
- CARMELO CARLO-STELLA, Professore di Ematologia, Direttore della Scuola di Specializzazione in Ematologia, Humanitas University – Milano e Direttore Divisione di Ematologia IRCCS Humanitas Research Hospital – Milano
- ANNA MARIA PORRINI, Direttore Medico di Roche Italia