Cuore, reni e metabolismo non possono più essere considerati compartimenti separati. È uno dei messaggi che emergono dal Congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC), dove il rapporto sempre più stretto tra salute cardiovascolare, funzione renale e metabolismo è uno dei temi al centro del dibattito. È la cosiddetta sindrome cardio-reno-metabolica, il legame tra malattie cardiovascolari, danno renale, diabete, sovrappeso e obesità. Un cambiamento di prospettiva che porta anche il cardiologo a guardare oltre il cuore e a intercettare precocemente alterazioni della funzione renale e metabolica.
«Nel congresso europeo di cardiologia una grande enfasi viene posta sulla multidisciplinarietà della diagnosi e della terapia. Nel paziente cardiologico sempre più spesso non esiste soltanto un problema cardiaco, ma sono presenti patologie concomitanti. Sta acquisendo sempre maggiore importanza la problematica cardio-reno-metabolica, cioè l’interazione tra cuore, rene e metabolismo», spiega Gaetano De Ferrari, Direttore Clinica Cardiologica Ospedale Le Molinette – Torino.
Le tre componenti tendono infatti ad alimentarsi reciprocamente. Lo scompenso cardiaco può compromettere la funzione renale, la malattia renale cronica aumenta il rischio cardiovascolare e diabete e obesità rappresentano potenti fattori di progressione di entrambe le condizioni.
Proprio il rapporto tra cuore e reni è al centro delle nuove linee guida ESC 2026 sulla gestione delle malattie cardiovascolari e della malattia renale cronica, le prime dedicate specificamente a questa relazione e realizzate in collaborazione con la European Renal Association.
«Lo scompenso cardiaco, l’insufficienza renale e il diabete interagiscono tra loro peggiorandosi a vicenda, rendendo più complessa la terapia e più grave la prognosi del paziente», sottolinea De Ferrari.
«Quando c’è un problema ai reni anche il cuore soffre. Proteggere il rene significa proteggere il cuore», aggiunge Giuseppe Musumeci, Direttore SC Cardiologia Ospedale Mauriziano – Torino.
Il primo livello di controllo passa dagli esami del sangue, con la misurazione della creatinina e la stima del filtrato glomerulare, che consentono di valutare la capacità dei reni di filtrare il sangue. Ma fermarsi alla sola creatinina può non essere sufficiente. Un segnale particolarmente importante è infatti la presenza di albumina nelle urine.
«È fondamentale valutare anche le proteine presenti nelle urine, e in particolare l’albumina. Quando il rene inizia a funzionare male possono cominciare a passare attraverso il filtro renale proteine che normalmente dovrebbero essere trattenute. La presenza di albumina nelle urine può quindi rappresentare un segnale molto precoce di disfunzione renale, anche quando apparentemente la funzione del rene è ancora conservata e la creatinina è normale», continua Musumeci.
A cambiare profondamente lo scenario terapeutico negli ultimi anni è stata anche l’introduzione degli inibitori di SGLT2, comunemente definiti gliflozine. Nati come farmaci per il trattamento del diabete, hanno progressivamente mostrato benefici che vanno ben oltre la riduzione della glicemia.
«Gli SGLT2 inibitori hanno dimostrato risultati molto importanti sia nel paziente cardiopatico, tipicamente con scompenso cardiaco, sia nel paziente con insufficienza renale. Migliorano lo scompenso e riducono significativamente la progressione verso la malattia renale avanzata e quindi, in ultima analisi, anche il rischio che il paziente arrivi alla dialisi», osserva De Ferrari.
Nel video:
Gaetano De Ferrari, Direttore Clinica Cardiologica Ospedale Le Molinette – Torino
Giuseppe Musumeci, Direttore SC Cardiologia Ospedale Mauriziano – Torino