Le mielodisplasie sono malattie del sangue causate da un’alterata produzione delle cellule ematiche da parte del midollo osseo. Possono manifestarsi con anemia, infezioni ricorrenti o sanguinamenti, ma il loro andamento è molto variabile. Prevedere quali pazienti siano più a rischio rappresenta una delle sfide principali per gli ematologi.
Secondo una nuova ricerca, specifiche alterazioni molecolari rilevabili nel DNA possono aiutare a predire l’evoluzione della mielodisplasia e a identificare con maggiore precisione i pazienti che potrebbero sviluppare una leucemia mieloide acuta.
Lo studio, pubblicato oggi sulla rivista Blood e sostenuto dalla Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, è stato coordinato da Serena Ghisletti, ricercatrice del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia e professoressa di Biochimica all’Università Statale di Milano, insieme a Matteo Giovanni Della Porta, responsabile Leucemie di IRCCS Istituto Clinico Humanitas Research Hospital e professore presso Humanitas University. I primi autori dell’articolo sono Veronica Vallelonga e Francesco Gandolfi, giovani ricercatori dell’IEO che hanno lavorato principalmente a questo progetto per cinque anni.
Grazie all’utilizzo di metodi innovativi di trascrittomica ed epigenomica, i ricercatori hanno individuato alterazioni molecolari che potrebbero diventare strumenti utili per prevedere la progressione della malattia. In particolare, lo studio si è concentrato su alcune modificazioni epigenetiche che si verificano prima della comparsa di determinati segni clinici. Si tratta di cambiamenti nella struttura chimica delle proteine attorno alle quali è avvolto il DNA e che contribuiscono a regolare come e quando alcuni geni vengono attivati o inattivati.
Il maggiore problema per la cura delle mielodisplasie è proprio la valutazione del rischio di evoluzione della malattia in forme più gravi. Per quantificare tale rischio, gli ematologi classificano i pazienti in soggetti a “basso rischio” e ad “alto rischio” sulla base di analisi del midollo, da dove la malattia ha origine. Purtroppo però la classificazione attuale non riflette la complessità biologica della patologia e, infatti, in circa un terzo dei pazienti considerati a basso rischio la mielodisplasia inspiegabilmente progredisce.
«Abbiamo trovato il modo di identificare quei ‘pazienti nascosti’ che, pur avendo caratteristiche di basso rischio, hanno elevate probabilità di sviluppare una leucemia mieloide acuta. Abbiamo scoperto che questo sottogruppo presenta alcune specifiche alterazioni nell’attivazione e nella regolazione dei geni. In particolare abbiamo evidenziato il ruolo della proteina PU.1, che coordina l’attività di molti geni e costituisce un legame fra la risposta immunitaria e la progressione della malattia. I risultati di esperimenti di laboratorio hanno confermato che PU.1 promuove la mielodisplasia: quando la sua attività è bloccata, le cellule mielodisplastiche proliferano di meno e contemporaneamente diminuisce l’attività dei geni che promuovono le reazioni immunitarie e infiammatorie. In sostanza PU.1 è un marcatore della progressione della malattia e allo stesso tempo una sua causa», spiega Ghisletti.
«Identificare il sottogruppo nascosto di pazienti ad alto rischio è la base di partenza per migliorare la gestione clinica della malattia e per trovare nuove terapie a bersaglio molecolare. In particolare PU.1 rappresenta un bersaglio molto promettente: bloccare le sue funzioni potrebbe far inceppare il meccanismo che porta alla progressione della malattia. Anche se sono necessari ulteriori studi per trasformare queste scoperte in terapie, l’integrazione delle informazioni epigenetiche negli attuali sistemi prognostici è comunque un passo importante verso una medicina di precisione per la cura delle mielodisplasie», conclude Della Porta.