La malattia renale cronica è molto frequente nella popolazione, in particolare del nostro Paese. Le stime dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che in Italia circa 5 milioni di persone hanno una malattia renale cronica e molte di queste sono affette da diabete e malattie cardiovascolari.
Cuore e reni sono molto più legati di quanto si pensasse in passato. Un danno renale può aumentare il rischio cardiovascolare e, allo stesso tempo, chi soffre di una malattia cardiaca presenta spesso anche un’alterazione della funzione renale. Un legame sempre più al centro dell’attenzione, discusso anche all’ESC Congress 2026, l’appuntamento annuale della Società Europea di Cardiologia, che ha pubblicato nuove linee guida dedicate al rapporto tra malattia renale e cuore. Condizioni come obesità e diabete possono infatti influire sulla salute di entrambi gli organi.
«Il legame tra le malattie cardiovascolari e la malattia renale cronica è molto importante perché sappiamo che, se un paziente con malattia cardiovascolare ha anche una malattia renale cronica, il suo destino sarà molto meno favorevole e la sua vita, purtroppo, potrà durare di meno», afferma Furio Colivicchi, Direttore UOC di Cardiologia Clinica e Riabilitativa Presidio Ospedaliero San Filippo Neri di Roma.
«Uno degli aspetti sottolineati dalle linee guida è l’atteso incremento del numero dei pazienti con scompenso cardiaco, e questo è legato sia all’invecchiamento generale della popolazione sia alla crescente diffusione di fattori di rischio, tra cui in particolare l’obesità. Le conoscenze che si sono accumulate nel tempo hanno dimostrato queste interazioni tra rene, cuore e disordini del metabolismo, ma anche la possibilità di intervenire su più fronti. Il cardiologo deve quindi utilizzare tutte le armi a disposizione, anche nell’ambito della gestione, ad esempio, della malattia renale cronica o del diabete, che è un’altra condizione che favorisce lo sviluppo dello scompenso cardiaco», sottolinea Stefania Angela Di Fusco, Cardiologa Unità Operativa di Cardiologia Clinica e Riabilitativa Presidio Ospedaliero San Filippo Neri di Roma.
Ma il danno renale può lasciare una traccia molto prima della comparsa di sintomi evidenti. Come l’albumina nelle urine, una proteina normalmente presente nel sangue. La sua presenza nelle urine può indicare una probabilità maggiore di complicanze, compresi eventi gravi come infarto e ictus.
«Controllare la presenza di albumina nelle urine, anche solo in piccole tracce, è molto importante perché è la prima espressione di un possibile danno renale. Saperlo è essenziale, perché oggi abbiamo a disposizione farmaci che possiamo utilizzare per limitare la progressione del danno e, in alcuni casi, farlo regredire completamente», spiega Colivicchi.
Individuare precocemente questi segnali significa quindi anche poter intervenire prima. È uno dei messaggi che emerge dalle nuove strategie di prevenzione e trattamento, che comprendono anche le gliflozine, gli inibitori del SGLT2.
«Le linee guida sottolineano proprio questo: la necessità e la possibilità di utilizzare trattamenti che intervengono precocemente, andando a prevenire lo sviluppo della malattia. E, quando la malattia si è sviluppata, permettano di rallentarne la progressione e ridurre il rischio di eventi acuti», afferma Di Fusco.
«È emerso chiaramente che questi farmaci, le gliflozine, hanno effetti favorevoli sull’apparato cardiocircolatorio e quindi vengono usate largamente nella cura dello scompenso cardiaco, ma hanno effetti favorevoli anche sul rene. Che cosa fanno questi farmaci? Le gliflozine bloccano la ricaptazione del glucosio a livello del tubulo renale, determinando una glicosuria, vale a dire una perdita di glucosio con le urine. Questo fenomeno ha degli effetti molto favorevoli sul metabolismo energetico del muscolo cardiaco, ma anche a livello del rene e quindi sono in grado di limitare al tempo stesso i danni cardiocircolatori e renali», conclude Colivicchi.
Nel video:
- STEFANIA ANGELA DI FUSCO, Cardiologa Unità Operativa di Cardiologia Clinica e Riabilitativa Presidio Ospedaliero San Filippo Neri di Roma
- FURIO COLIVICCHI, Direttore UOC di Cardiologia Clinica e Riabilitativa Presidio Ospedaliero San Filippo Neri di Roma