L’infertilità riguarda una donna su sei in Italia. Circa il 16% delle italiane tra i 19 e i 49 anni ha sperimentato problemi di infertilità nel corso della propria vita e il 4,5% li vive attualmente. La maternità arriva spesso più tardi del desiderato e il numero di figli è inferiore rispetto alle aspettative. Le madri intervistate dichiarano infatti di desiderare in media 2,4 figli, a fronte degli 1,7 effettivamente avuti. E tra le donne diventate madri più tardi di quanto avrebbero voluto, l’età ideale per il primo figlio era di 26 anni, con uno scarto medio di sette anni rispetto all’età effettiva.
È quanto emerge dall’IVI Institute Fertility Barometer, un’indagine condotta su un campione rappresentativo di 24.074 donne tra i 19 e i 49 anni in nove Paesi, di cui 4 mila in Italia. Lo studio, realizzato per conto di IVI Institute, leader globale nella medicina della riproduzione con cliniche di fertilità in 15 Paesi del mondo, Italia compresa, ha esplorato il desiderio di maternità, le difficoltà legate all’infertilità e il livello di conoscenza e percezione della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).
«In questo periodo storico si parla tantissimo di riproduzione e delle difficolta che possono avere le donne, a secondo dell’età, di rimanere in gravidanza. Ma sappiamo davvero che cosa pensano le donne? Questo studio ha voluto mettere al centro le donne stesse, cercando di capire che cosa conoscono e quale percezione hanno della Procreazione Medicalmente Assistita. La scienza viene incontro ai limiti posti dalla natura, aiutando a compensarli e offrendo alle donne nuove possibilità, come preservare la fertilità o aumentare le opportunità riproduttive anche in età più avanzata», spiega Laura Rienzi, embriologa clinica, Professoressa Associata presso il Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell’Università di Urbino e direttrice scientifica di IVI Institute in Italia.
Un tema sempre più al centro del dibattito, anche alla luce delle novità introdotte sul fronte dell’assistenza sanitaria. Dal 2025, infatti, le prestazioni di PMA sono entrate nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ampliando le possibilità di accesso ai trattamenti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale.
«Con l’ingresso della PMA nei LEA ci auguriamo che questi trattamenti possano avere una diffusione sempre maggiore. Il nuovo sistema prevede infatti maggiori investimenti pubblici nelle strutture, nell’organizzazione e nelle competenze professionali, oltre alla possibilità che un numero crescente di Regioni si apra al privato convenzionato. Storicamente le Regioni aperte al convenzionato erano due, Toscana e Lombardia. L’auspicio è che in futuro possano diventare venti, ma il percorso sarà lungo e richiederà anni», commenta Blasco de Felice, Amministratore Delegato di IVI Institute in Italia.
Nonostante i passi avanti, restano però numerose criticità, a partire dalle differenze territoriali, dai costi e dalle liste d’attesa, che continuano a rappresentare un ostacolo per molte coppie. «In Italia esistono diversi modelli di cura: il pubblico, il privato convenzionato e il privato. Questo significa che esistono anche differenti livelli di costo, dalle prestazioni gratuite o soggette al pagamento di un ticket fino alle soluzioni offerte dal privato, comprese quelle più accessibili e quelle più costose. Il problema è che permangono liste d’attesa, che speriamo possano ridursi in futuro. Inoltre, nel privato convenzionato i budget sono limitati: una volta raggiunto il numero massimo di trattamenti finanziabili, le risorse si esauriscono e le prestazioni successive possono essere erogate soltanto in regime privato», osserva de Felice.
Ma l’accessibilità alla Procreazione Medicalmente Assistita non dipende esclusivamente dalle risorse economiche. Un ruolo fondamentale è svolto anche dall’informazione, dalla conoscenza delle possibilità offerte e dalla presenza di servizi adeguati sul territorio.
«La questione economica è certamente importante ed è impossibile negarlo, ma non è l’unico aspetto da considerare. Esiste innanzitutto un grande divario sul piano dell’informazione e dell’educazione, che dobbiamo colmare. C’è poi il problema della copertura territoriale: alcune Regioni offrono maggiori possibilità di accesso alle cure per l’infertilità rispetto ad altre. E c’è la necessità di accompagnare le persone durante e dopo i trattamenti, attraverso un supporto non soltanto medico, ma anche psicologico, nutrizionale e multidisciplinare. Infine, c’è il tema della qualità delle prestazioni, che non è uniforme in tutti i centri e in tutte le Regioni», conclude de Felice.
Nel video:
- LAURA RIENZI
Professoressa al Dipartimento di Scienze Biomolecolari Università di Urbino
Direttrice scientifica di IVI Institute in Italia
- BLASCO DE FELICE
Amministratore Delegato di IVI Institute in Italia