Obesità, evoluzione nelle terapie: si potranno assumere anche per bocca

Dopo il riconoscimento dell’obesità come malattia, bisogna trasformare il diritto alla cura in percorsi concretamente accessibili, a partire da una diagnosi personalizzata e una terapia accessibile a chi ne ha bisogno. È questo il messaggio principale del congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità, che si è tenuto recentemente a Palermo.

«I dati dimostrano che non esiste un’unica forma di obesità, ma tante condizioni diverse. Svelare questa complessità è il primo fondamentale passo per superare i pregiudizi, offrire alle famiglie risposte cliniche più efficaci e garantire un futuro di salute migliore» spiega Silvio Buscemi, Presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo. 

Il punto di partenza è una diagnosi accurata. Le linee guida mediche recenti, come quelle dell’AACE, l’Associazione Americana di Endocrinologia Clinica, o le indicazioni della Società Italiana di Endocrinologia, indicano i seguenti parametri per la diagnosi di obesità:

  • Valutazione della circonferenza vita per stimare il grasso addominale. I valori di rischio sono più di 94 cm negli uomini e più di 80 cm nelle donne;
  • Misurazione diretta dell’adipe o composizione corporea, tramite esami come la DEXA (Assorbimetria a raggi X a doppia energia).
  • Stadiazione clinica per valutare la presenza e la gravità di malattie associate all’obesità
  • Rapporto tra circonferenza vita e altezza: viene considerato un indicatore di accumulo di grasso viscerale quando il risultato della circonferenza vita in centimetri divisa per l’altezza in centimetri è superiore a 0,5.

«Il peso è un indicatore di superficie: misura la massa corporea, ma non rivela la biologia sottostante, come la regolazione cerebrale della sazietà o la risposta metabolica. Guardare unicamente ai chilogrammi rischia di trattare come identiche due condizioni biologiche che richiederebbero invece risposte cliniche completamente diverse»  evidenzia Buscemi.

Per quanto riguarda le terapie, con la Legge 149/2025 l’Italia ha introdotto il riconoscimento legislativo dell’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante. Il tema, sottolinea Buscemi, è ora tradurre quel riconoscimento in prevenzione, diagnosi e percorsi di cura concretamente disponibili. «La legge ha cambiato il quadro e le possibilità terapeutiche stanno cambiando rapidamente. Adesso viene la parte più difficile: fare in modo che una persona con obesità venga riconosciuta come paziente, intercettata dal sistema sanitario e accompagnata in un percorso appropriato, indipendentemente dal luogo in cui vive e dalle sue condizioni economiche. Il diritto alla cura comincia dal riconoscimento della malattia, ma diventa reale soltanto quando quella cura è concretamente accessibile».

Anche la gestione terapeutica sta cambiando rapidamente, è in continua evoluzione e offre già oggi diverse e importanti alternative, permettendo finalmente di individuare la terapia più adatta per ciascun paziente, ma molti pazienti non sono trattati in misura efficace. 

«I nuovi farmaci rappresentano senz’altro una rivoluzione nella cura dell’obesità: dal punto di vista dei clinici è, però, deludente vedere che le terapie vengono assunte per un periodo incredibilmente breve, nonostante l’obesità sia una patologia cronica» avverte Paolo Sbraccia, Professore Ordinario di Medicina Interna, Università di Roma Tor Vergata, Direttore della UOC di Medicina Interna e del Centro per la Cura dell’Obesità del Policlinico Tor Vergata. «Uno dei motivi dell’abbandono delle terapie potrebbe essere il tipo di somministrazione, che finora avveniva per iniezione, ma ora sono all’orizzonte nuovi trattamenti da assumere per via orale, e che possono migliorare nettamente l’aderenza alla terapia».

Il prossimo passo dell’evoluzione delle terapie incretiniche riguarda dunque il passaggio dalle terapie iniettive a quelle a somministrazione orale, che promettono di migliorare nettamente l’aderenza terapeutica. Tra queste, orforglipron è stato studiato su una popolazione particolarmente ampia e diversificata.  «Uno degli aspetti più interessanti del programma clinico di orforglipron, in particolare dello studio ATTAIN-1, è l’ampiezza e l’eterogeneità della popolazione studiata. Lo studio è stato condotto in 137 Centri di 9 Paesi, quindi in contesti geografici e anche assistenziali differenti» spiega Valeria Guglielmi, Professoressa Associata di Medicina Interna, Università di Roma Tor Vergata. «Orforglipron ha determinato a 72 settimane una riduzione media del peso corporeo del 12,4% rispetto allo 0,9% osservato con il placebo e il 40% dei partecipanti ha raggiunto una riduzione del peso di almeno il 15%».

Nel video:

  • PAOLO SBRACCIA
    Professore Ordinario di Medicina Interna, Università di Roma Tor Vergata
    Direttore del Centro per la Cura dell’Obesità Policlinico Tor Vergata Roma
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