Mieloma multiplo: le nuove terapie aumentano di 3 anni la sopravvivenza libera da malattia

Una nuova possibilità di cura per i pazienti con mieloma multiplo, tumore del sangue che in Italia colpisce circa settemila persone ogni anno. La malattia può provocare danni alle ossa, anemia e problemi renali. Nonostante i progressi delle cure, il mieloma multiplo resta una patologia caratterizzata da frequenti recidive.

Ma proprio sul fronte delle recidive arriva una novità importante. L’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha dato il via libera a belantamab mafodotin, un farmaco innovativo che può essere utilizzato già alla prima recidiva della malattia, in combinazione con altre terapie.

La ricomparsa della malattia rappresenta infatti uno dei momenti più delicati nel percorso di cura, perché richiede di individuare nuovi trattamenti efficaci dopo che quelli precedenti hanno smesso di funzionare.

«Anche se auspichiamo di poter guarire la malattia con una sola linea di terapia, ancora oggi oltre due terzi dei pazienti vanno incontro a una recidiva. Alla prima recidiva esistono diverse possibilità terapeutiche, ma finora l’unico modo per colpire il BCMA, uno dei bersagli più importanti presenti sulle cellule del mieloma, era rappresentato dalle terapie CAR-T, accessibili però soltanto a una parte limitata dei pazienti, per ragioni legate all’età, alle condizioni cliniche o alla complessità del trattamento. L’arrivo di belantamab mafodotin ci permette invece di agire su questo importante bersaglio già nelle fasi precoci della recidiva, a partire dalla seconda linea di trattamento, in combinazione con altri farmaci. In Italia rappresenta quindi una nuova possibilità per colpire il BCMA precocemente», spiega Elena Zamagni, professoressa associata di Ematologia all’Università di Bologna.

Il farmaco è un anticorpo farmaco-coniugato, capace di riconoscere le cellule tumorali e rilasciare al loro interno una sostanza che le distrugge. Una terapia mirata che, negli studi clinici, ha mostrato risultati significativi nel rallentare la progressione della malattia, con una sopravvivenza libera da progressione che ha raggiunto circa tre anni in una delle combinazioni sperimentate.

Le novità riguardano anche la qualità della vita dei pazienti, grazie a un trattamento che può essere somministrato in ambulatorio e adattato nel tempo in base alla risposta e agli eventuali effetti collaterali.

«Questa terapia offre risultati importanti sia in termini di controllo della malattia sia di durata della risposta rispetto ai trattamenti standard. Viene somministrata per via endovenosa, inizialmente con una frequenza maggiore, che può poi essere ridotta nel corso del trattamento. La somministrazione è relativamente semplice e può essere effettuata nei diversi centri di ematologia sul territorio, rendendo il farmaco accessibile a un numero più ampio di pazienti. Uno degli aspetti più positivi per la qualità della vita è proprio la possibilità di modulare il trattamento in funzione della risposta e della tossicità. Quest’ultima può manifestarsi soprattutto a livello oculare, ma, qualora insorga, è possibile ridurre la frequenza delle infusioni o sospenderle temporaneamente, migliorando la tollerabilità senza necessariamente compromettere il controllo della malattia. Questo consente ai pazienti di recuperare, per quanto possibile, una qualità della vita che è già fortemente condizionata dalla patologia stessa», sottolinea Francesca Gay, professoressa associata di Ematologia all’Università di Torino.

«Nella storia di un paziente con mieloma multiplo ci sono molti momenti difficili. Uno dei più delicati, dopo la diagnosi, è scoprire che la terapia seguita fino a quel momento non funziona più: è la prima recidiva. Abbiamo sviluppato belantamab mafodotin, un anticorpo farmaco-coniugato anti-BCMA, per offrire a questi pazienti una sopravvivenza più lunga, preservando il più possibile la qualità della vita. Questo è particolarmente importante perché, alla prima recidiva, le opzioni terapeutiche efficaci possono essere limitate. Negli studi clinici belantamab mafodotin ha dimostrato di poter arrivare quasi a triplicare la sopravvivenza libera da progressione rispetto ai trattamenti di confronto. Portare innovazione in questa fase, prolungare il controllo della malattia e mantenere una buona qualità della vita significa offrire agli ematologi uno strumento in più e ai pazienti nuove prospettive per il futuro», conclude Maria Sofia Rosati, oncologa e direttore medico di GSK Italia.

Nel video:

Elena Zamagni, professoressa associata di Ematologia all’Università di Bologna

Francesca Gay, professoressa associata di Ematologia all’Università di Torino

Maria Sofia Rosati, oncologa e direttore medico di GSK Italia 

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