Negli ultimi decenni, il trattamento dell’ictus ischemico acuto ha beneficiato di terapie farmacologiche e meccaniche finalizzate al ripristino del flusso sanguigno, diventate progressivamente più efficaci. La riperfusione consente di salvare il tessuto cerebrale non ancora danneggiato in modo irreversibile, ripristinando la perfusione e ponendo fine all’ischemia.
Tuttavia, una riperfusione efficace risolve solo una parte del problema: tra i pazienti con ictus ischemico dovuto a occlusione di un grande vaso sottoposti a trombectomia, oltre due terzi presentano comunque un esito finale caratterizzato da disabilità.
Il recupero resta incompleto perché una parte del danno irreversibile si accumula prima della ricanalizzazione, mentre ulteriori lesioni possono essere generate dalla riperfusione stessa.
Per ridurre ulteriormente la disabilità correlata all’ictus sono quindi necessarie terapie complementari: agenti neuroprotettivi capaci di aumentare la tolleranza cerebrale all’ischemia prima della riperfusione, trattamenti in grado di limitare il danno da riperfusione e agenti neuroriparativi che favoriscano la riorganizzazione di neuroni e sinapsi dopo la lesione.
Su JAMA sono stati recentemente pubblicati i risultati dello studio LAIS (Loberamisal for Acute Ischemic Stroke), un trial clinico di fase 3 coordinato da Shuya Li, medico e ricercatore del Dipartimento di Neurologia del Beijing Tiantan Hospital di Pechino, insieme ai colleghi del gruppo LAIS. Lo studio ha valutato il loberamisal, una molecola sperimentale sviluppata come potenziale trattamento neuroprotettivo e neuroriparativo dell’ictus ischemico acuto, ottenendo risultati favorevoli sul recupero funzionale a 90 giorni rispetto al placebo.
Il loberamisal agisce su due importanti vie coinvolte nel danno eccitotossico cerebrale: da un lato inibisce la via PSD-95–nNOS, dall’altro potenzia i meccanismi inibitori mediati dai recettori GABA di tipo A. Gli studi preclinici suggeriscono inoltre possibili effetti sulla neuroinfiammazione, sulla neurogenesi e sulla sinaptogenesi.
In teoria, il farmaco potrebbe quindi agire in tre diverse fasi dell’ictus ischemico: prima della riperfusione, aumentando la tolleranza cellulare all’ipossia; subito dopo la riperfusione, riducendo i processi infiammatori; e nella fase di recupero, favorendo la riparazione neuronale.
Lo studio ha coinvolto 998 pazienti con ictus ischemico acuto arruolati entro 48 ore dall’esordio in 32 ospedali cinesi. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a ricevere loberamisal per via endovenosa o placebo ogni giorno per 10 giorni.
Tutti presentavano deficit neurologici da moderati a gravi e non erano candidabili alla trombectomia endovascolare, per assenza di indicazione clinica oppure per indisponibilità del trattamento. I pazienti idonei potevano ricevere trombolisi endovenosa, ma meno di un quinto è stato effettivamente sottoposto a questo trattamento.
L’endpoint primario era l’assenza di disabilità a tre mesi dall’ictus, definita da un punteggio compreso tra 0 e 1 alla scala di Rankin modificata. Questo risultato è stato raggiunto dal 69,7% dei pazienti trattati con loberamisal rispetto al 56,3% di quelli trattati con placebo, con una differenza assoluta del 13,28%.
Esistono però anche importanti limitazioni. L’esclusione dei pazienti sottoposti a trombectomia impedisce di sapere se il loberamisal possa fornire un beneficio aggiuntivo alla riperfusione meccanica oppure modificarne gli effetti.