Dolore al petto, formicolio o dolore al braccio, alla mascella o allo stomaco, fiato corto: possono essere i sintomi di un infarto. In questi casi agire nei primi minuti è fondamentale per salvare la vita e ridurre i danni al cuore e la soluzione migliore è chiamare immediatamente il 112 o il 118. Eppure molte persone pensano che sia meglio andare in ospedale con i propri mezzi, ma commettono un errore che può avere conseguenze gravi.
I principali sintomi dell’infarto
Il sintomo più conosciuto è il dolore al petto, spesso descritto come un peso, una morsa o una forte oppressione al centro del torace. Può durare diversi minuti e non sempre passa con il riposo. Il dolore può anche irradiarsi ad altre parti del corpo: braccio sinistro, ma talvolta anche destro, spalle, mandibola, collo, schiena o parte alta dell’addome. A questi segnali possono associarsi mancanza di fiato, sudorazione fredda, nausea, vomito, capogiri, debolezza improvvisa o una sensazione intensa di ansia. L’Istituto Superiore di Sanità segnala anche che il dolore al petto può essere lieve o addirittura assente, soprattutto nelle donne, nelle persone anziane e in chi ha il diabete.
Per questo non bisogna aspettare che il dolore diventi insopportabile. Anche un disturbo nuovo, persistente, localizzato tra mandibola e ombelico, può meritare una valutazione urgente. Un dolore toracico di nuova insorgenza che dura più di 5-10 minuti deve spingere a chiamare il 112.
Cosa fare in caso di sospetto infarto
La regola principale è: chiamare subito il 112 o il 118. Non bisogna mettersi alla guida, farsi accompagnare in auto o aspettare che il dolore passi. Andare in pronto soccorso con mezzi propri può sembrare più rapido, ma è un errore: durante il tragitto possono comparire aritmie gravi, perdita di coscienza o arresto cardiaco. Con l’ambulanza, invece, arrivano personale formato, strumenti di monitoraggio e defibrillatore.
«La prima cosa da fare è allertare il 118, in modo che la catena del soccorso arrivi a casa il prima possibile. Così il paziente viene messo in sicurezza da personale addestrato. Nei casi in cui, in conseguenza dell’infarto, compaia un’aritmia potenzialmente fatale, come la fibrillazione ventricolare, i soccorritori sono già presenti e possono utilizzare tutti gli strumenti necessari per rianimare il paziente», spiega Claudio Bilato, vicepresidente ANMCO, l’Associazione Nazionale dei Medici Cardiologi Ospedalieri.
Nell’attesa dei soccorsi, la persona dovrebbe restare a riposo, evitare sforzi e seguire le istruzioni dell’operatore telefonico. Chiamare un ambulanza è importante anche perché non tutti gli ospedali dispongono di un laboratorio di emodinamica, cioè della struttura necessaria per eseguire rapidamente un’angioplastica. L’angioplastica coronarica serve a riaprire l’arteria ostruita o ristretta e può richiedere il trasferimento urgente in un centro specializzato. Le reti dell’emergenza cardiologica servono proprio a questo: portare il paziente non semplicemente “all’ospedale più vicino”, ma all’ospedale giusto.
Il ruolo dell’angioplastica
Quando l’infarto è causato dall’occlusione di una coronaria, l’obiettivo è ristabilire il flusso di sangue al cuore il prima possibile. Ultimamente la situazione in Italia è migliorata grazie alla costruzione delle reti regionali per le emergenze tempo-dipendenti.«Negli ultimi vent’anni la situazione è nettamente migliorata. Quello che tutti i servizi sanitari regionali stanno facendo è creare una rete per le emergenze tempo-dipendenti, e l’infarto è sicuramente al primo posto. L’organizzazione prevede che, se un paziente con dolore toracico o infarto si trova vicino a un ospedale che non dispone di un laboratorio di emodinamica e quindi non può eseguire un’angioplastica primaria, non venga portato in quell’ospedale, ma in un ospedale hub, dove può essere sottoposto alla procedura», aggiunge Bilato.