Malattie infiammatorie intestinali, cosa mangiare

Al congresso ECCO, European Crohn’s and Colitis Organisation, che si è svolto recentemente a Stoccolma, si è parlato di malattia di Crohn e alimentazione. Negli ultimi anni sempre più studi stanno mostrando che l’alimentazione svolge un ruolo fondamentale nella gestione della malattia e al congresso medici esperti hanno ribadito come la nutrizione fa parte della terapia così come il farmaco. Nutrizione e farmaci non sono più alternative, ma due parti della stessa cura.

Nonostante la pubblicazione di numerose ricerche che confermano il ruolo della dieta nello sviluppo e nel controllo delle malattie croniche intestinali, ancora oggi le terapie nutrizionali  sono poco utilizzate
Secondo gli esperti riuniti al congresso, la dieta può contribuire a tenere sotto controllo l’infiammazione, ridurre i sintomi e migliorare la qualità di vita. In alcuni casi, una corretta strategia nutrizionale può anche potenziare l’efficacia dei trattamenti farmacologici, favorendo una remissione più stabile.

La terapia nutrizionale più utilizzata è la dieta EEN (exclusive enteral nutrition). Usata soprattutto nei bambini, è il primo regime dietetico in grado di tenere sotto controllo le riacutizzazioni della malattia. La EEN, alla base di formule nutrizionali liquide complete per alcune settimane, è considerata un approccio efficace ma non sempre facile da seguire
La monotonia della dieta completamente liquida porta molti pazienti ad abbandonarla. Per superare queste difficoltà è stata elaborata la CDED (Crohn Disease Exclusion Diet), una dieta specifica per le persone con questa condizione e che comprende anche cibi solidi.

«All’ospedale Meyer di Firenze è stato condotto uno studio che conferma l’efficacia di questo regime dietetico nell’indurre una remissione clinica in diverse situazioni, dalla comparsa della malattia, come terapia aggiunta nei pazienti refrattari ai farmaci biologici, fino alla malattia clinicamente severa» conferma Paolo Lionetti, Responsabile SOC Gastroenterologia e Nutrizione all’Ospedale pediatrico Meyer IRCCS, Firenze. «Il vantaggio principale di questa strategia è di ridurre l’esposizione a ulteriori terapie farmacologiche, particolarmente importante per i bambini e gli adolescenti che devono affrontare decenni di vita con la malattia».

La dieta CDED si basa sull’esclusione degli alimenti pro infiammatori e prevede:

  • Fase 1  (settimane 0-6): combina cibi a basso impatto infiammatorio con una quota di nutrizione enterale parziale (PEN) con una formula specifica che copre il 50% del fabbisogno calorico del paziente al giorno. 
  • Fase 2 (settimane 7-12): Graduale introduzione controllata di nuovi alimenti mantenendo comunque l’esclusione degli alimenti noti per favorire infiammazione o disbiosi. La quota di formula (PEN) si riduce rispetto alla fase precedente ma resta parte del protocollo.
  • Fase di mantenimento:  Reintroduzione graduale di ulteriori alimenti e continua esclusione di specifici componenti dietetici dannosi e combinazione con PEN

Nel paziente pediatrico e adulto un approccio olistico alla malattia di Crohn che tiene conto dello stato nutrizionale è utile per non limitarsi alla gestione dei sintomi, per cui coinvolgere un team specializzato è essenziale per una patologia complessa che colpisce l’intero organismo. 

«La gestione olistica della malattia attribuisce un ruolo cruciale alla nutrizione, fondamentale per il trattamento e la crescita dei bambini con Crohn, con competenze specifiche nella nutrizione pediatrica e domiciliare» spiega Lorenzo Norsa, Dirigente medico e ricercatore presso la Gastroenterologia Pediatrica dell’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi e all’Università degli Studi di Milano.

Il team multidisciplinare, che prevede diversi specialisti, è quindi indispensabile, ma può capitare che i pazienti non siano assistiti come dovrebbe essere. «Purtroppo, molto spesso non viene raccomandato uno specifico regime nutrizionale per cui è lo stesso paziente a doversi organizzare da solo. Il risultato è che soltanto il 10% dei pazienti con malattia di Crohn conosce la dieta di esclusione e solo una piccola percentuale la segue» avverte Ferdinando D’Amico, Gastroenterologo dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano. Un aspetto che molto spesso è causato dalla mancanza della figura del dietista all’interno dell’équipe. È necessario quindi sensibilizzare gli ospedali e le direzioni sanitarie sull’importanza e sul ruolo che la gestione della dieta ha in questi pazienti. «È fondamentale che i pazienti con malattia di Crohn abbiano percorsi strutturati e che ci sia una persona di riferimento, uno specialista, un dietista, all’interno dell’équipe, che possa seguire anche questo aspetto che è importante come il monitoraggio e il trattamento farmacologico. È veramente cruciale stimolare questo aspetto e diffondere queste informazioni» conclude D’Amico.

Nel video:
  • PAOLO LIONETTI, Responsabile SOC Gastroenterologia e Nutrizione – Ospedale pediatrico Meyer IRCCS – Firenze
  • FERDINANDO D’AMICO, Gastroenterologo Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva – Irccs ospedale San Raffaele – Milano
  • TIZIANA BRUZZONE, Medical & Scientific Affairs Nestlé Health Science
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