Dormire ad alta quota: l’ipossia riduce il riposo e aumenta le apnee

Come reagisce il corpo umano al sonno in alta quota? La carenza di ossigeno influisce sulla qualità del riposo? Per rispondere a queste domande diverse Università italiane, coordinate dal gruppo di fisiologia dell’Università “G. d’Annunzio” Chieti – Pescara, hanno condotto, nel cuore dell’Himalaya, la spedizione scientifica Lobuche Peak – Pyramid Exploration & Physiology 2022.

Lo studio, sostenuto da VIVISOL, azienda leader nel settore dell’Assistenza Domiciliare a livello nazionale ed europeo, ha monitorato la qualità del sonno dei partecipanti sia in Italia sia durante le fasi più impegnative dell’ascesa, seguendo i membri dell’iniziativa, realizzata a 5.000 metri di altezza.

I dati raccolti, pubblicati sulla rivista Respiratory Physiology & Neurobiology, hanno evidenziato l’impatto dell’altitudine sul sonno: una volta raggiunta la quota massima, tutti i partecipanti hanno registrato un riposo più breve, spesso inferiore alle sette ore, accompagnato da un calo della saturazione di ossigeno e da un aumento della frequenza cardiaca. Particolarmente rilevante è stato l’incremento delle apnee notturne: la maggior parte dei componenti della spedizione ha manifestato disturbi respiratori di grado moderato o grave proprio a causa della quota.

“Le basi fisiologiche dell’ipossia erano note, ma i nostri dati mostrano che le prime alterazioni del respiro notturno compaiono già a quote moderate, intorno ai 1.200–1.400 metri, e si accentuano con l’aumentare dell’altitudine. Questo evidenzia l’importanza di valutare i disturbi respiratori del sonno direttamente nelle condizioni reali di permanenza in quota, perché è l’altitudine stessa a modellare la dinamica respiratoria — dichiara Pierpaolo Prosperi, infermiere respiratorio e membro del comitato scientifico dell’Associazione Apnoici Italiani —. Lo studio rafforza l’importanza della diagnosi precoce e del monitoraggio del respiro durante il sonno, soprattutto per chi vive o viaggia in condizioni ambientali impegnative”.

La spedizione ha dimostrato come sia possibile ottenere valutazioni cliniche accurate anche in contesti estremi, confermando il valore del monitoraggio dei pazienti direttamente nei luoghi in cui vivono e dormono. La spedizione del 2022 rappresenta solo una parte del programma di ricerca in alta quota. VIVISOL ha infatti sostenuto anche la successiva missione Pyramid 2024 – Exploration & Physiology, attualmente in fase di analisi. I risultati scientifici, previsti per il 2026, approfondiranno l’efficacia dei dispositivi per la terapia delle apnee notturne in condizioni di altitudine estreme, le variazioni della diffusione alveolo‑capillare (DLCO) in alta quota e l’impatto dell’ipossia sulla fisiologia respiratoria e cardiovascolare.

Total
0
Condivisioni
Articolo Precedente

Il primo trattamento sottocute per una rara malattia del sangue

Articolo Successivo

Una tripla combinazione può cambiare il futuro delle persone con fibrosi cistica

Articoli correlati